VerdEva

Quando ero bambina il sabato era il mio giorno con papà. Sempre lo stesso giro, da Piazza Campo de Fiori a Via dei Giubbonari, Via del Portico d’Ottavia fino al Forno Boccione per comprare i bruscolini per mamma e la crostata alle mandorle.
La crostata alle mandorle è per la domenica, i dolci sono ancora un fatto straordinario per un giorno straordinario, i dolci sono per quando non si lavora e non si fanno i compiti.

La sorella più giovane di mia madre, Marcella, lavora in un negozio di scarpe proprio in Via dei Giubbonari. È un negozio grandissimo con vetrine interne a tre ripiani in vetro, a destra ci sono le scarpe da donna e a sinistra le scarpe da uomo. Le scarpe più belle e più costose stanno appoggiate su un piedistallo mentre le altre sono appoggiate sul ripiano in vetro.
Io le scarpe le guardo sempre tutte perché per me non esistono scarpe da femmina e scarpe da maschio.

A casa le scarpe le teniamo dentro un armadio a muro, stanno tutte impilate nelle loro scatole e fuori c’è attaccato con lo scotch un pezzetto di carta con la descrizione del modello, così:

Tata calosce gialle
Robi tacchi argento
Umberto lacci marroni
Rizio timberlan (senza d) estive

Mi piace giocare con le scarpe, mi piacciono le slingback nere con gli inserti metallici di mia madre che usa solo quando va a un matrimonio, mi piacciono le monk nere di papà, le timberlan (senza d) di mio fratello invece non mi piacciono perché se le metto non divento nient’altro.

Quando entriamo nel negozio di scarpe di zia Marcella papà mi slaccia dalla presa delle mani e mi lascia andare per i fatti miei. I negozi di scarpe sono i negozi dei miei giocattoli preferiti. Il pavimento è di marmo graniglia rosa. Liscio che sembra ghiaccio e mi piace fare finta di pattinarci sopra. Faccio scivolare i passi, lunghi, a destra, a sinistra, apro le braccia, mi suono anche una musica in testa.
Passiamo sempre a trovare mia zia in negozio il sabato perché papà sa che le scarpe sono i miei giocattoli preferiti e quando si può me le compra anche se non mi servono.
Il giorno di questa storia ho chiesto di avere un paio di polacchetti verdi tipo Clarks. Mio fratello ce l’ha e mi piacciono un sacco ma solo quando piove. Mi piace la punta bagnata di quelle scarpe, mi piace quando lui torna a casa e le mette sotto la stufa ad asciugare.

Il giorno di questa storia abbiamo incontrato una donna che camminava veloce veloce sotto l’arco farnese di Via Giulia. Teneva in mano un rotolo di fogli di carta e con l’altra si teneva stretto il bavero del cappotto al collo.
Aveva una gonna a portafoglio tartan tenuta con lo spillone d’oro, un paio di Mary Jane verdi lucide con il tacco grosso e la punta consumata.
Era bianca, canoviana, non so dirlo meglio, scolpita nella carne come fosse marmo. Era bellissima e in lacrime. Era un pianto invisibile però, un pianto che aveva asciugato su una manica molto tempo prima in una cucina di formica bianca con le piastrelle di cotto giallo esagonali.
Ci passammo a fianco e io mi voltai diverse volte fino a vederla sparire.

Quando il giorno di questa storia torno a casa faccio vedere a mia madre le mie scarpe nuove e le racconto di questa donna bellissima e in lacrime invisibili; lei mi dice Speramo che qualunque cosa l’ha fatta piagne passi presto e torni a sorride’. Poi accende il mangianastri e Battisti canta da dentro Prendila così.

È il 1994 quando la rincontro, perché ha ragione Battisti è facile incontrarsi anche in una grande città. Sono seduta in un vagone della metro, abbraccio lo zaino con i libri dell’università che tengo sulle cosce. Osservo le scarpe delle persone, è una cosa che faccio sempre. Mi fermo su un paio di stivaletti stringati in pelle scamosciata marrone e appena alzo lo sguardo per osservare l’incrocio dei lacci, altra cosa che faccio sempre, incrociati o paralleli?, riconosco nel polpaccio la carne scolpita come fosse marmo. Alzo ancora un po’ lo sguardo per cercare le mani, una la tiene nella tasca del giubbotto e l’altra stretta intorno al palo di sorreggimento. Le nocche bianche, i tendini tesi, e poi gli occhi. Verdi come le scarpe che portava la prima volta che l’ho vista. La guardo e sorrido. Risponde sorridendo. Non piange più.
Continuo a fissarla per tutto il tempo del mio viaggio, non riesco a trattenermi anche se vorrei smettere perché non è bello fissare la gente. Si avvicina alla porta per scendere alla sua fermata che non è la mia ma decido di scendere anche io. Voglio dirle che l’ho riconosciuta, voglio dirle che avevo 5 o 6 anni quel giorno in Via Giulia quando ci siamo incontrate e lei indossava un paio di scarpe verdi lucide e piangeva invisibile, voglio dirle che a me il verde non piace ma quel verde, quello delle sue scarpe e dei suoi occhi mi piace tantissimo. La seguo sulla scala mobile e aspetto che prenda la galleria d’uscita, mi avvicino.

Mi scusi signora, posso dirle una cosa?
Sì dimmi pure!
Io ero nel suo vagone della metro e noi non ci conosciamo, cioè lei non mi conosce, non può riconoscermi perché ci siamo incontrate una volta in Via Giulia, circa 15 anni fa. Io ero una bambina.
Sssiiii…

Bello come allunga quella esse e quella i come per dire ok hai la mia attenzione mi hai incuriosita ed è bello come dice anche i puntini di sospensione.

Io ero una bambina ma mi ricordo le sue scarpe lucide verdi, un paio di Mary Jane con il tacco grosso, e la fibbietta oro. Portava una gonna tartan con lo spillone e un cappotto senza bottoni e cinta, lo teneva stretto al collo con la mano.
Mamma mia che memoria che hai, come fai a ricordarti tutti questi particolari che io non mi ricordo neppure di averle avute delle scarpe verdi lucide?
Signora, non mi prenda per pazza, sì ho notato le scarpe ma ho notato anche che piangeva anche se non piangeva. Aveva un foglio di carta arrotolato in una mano.

Il foglio di carta arrotolato in una mano è il dettaglio che comincia a mettere insieme i pezzi della sua memoria. Foglio di carta, Via Giulia, scarpe verdi, lacrime invisibili.

Signora, era il 1980 o il 1981. Non sono sicura dell’anno.
Era il 1981 e io ero andata da un avvocato. Signore santo, ma come hai fatto a riconoscermi?
Il verde, le scarpe verdi e i suoi occhi verdi. Gli occhi e le scarpe erano dello stesso verde. A me il verde non piace ma il verde di quelle scarpe mi è rimasto in testa.
Come ti chiami?
Alessia, mi chiamo Alessia signora.
Alessia io mi chiamo Eva. Non so che dire, che memoria eccezionale hai tu!

Mi abbraccia, mi guarda con tenerezza, ci salutiamo.

Il verde di quelle Mary Jane che è lo stesso verde degli occhi di questa donna da quel giorno si chiama VerdEva.
VerdEva è un verde che assomiglia moltissimo al verde del riccio della castagna quando non è ancora maturo.

Prendila così, Lucio Battisti

 

 

 

 

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