Per me il tè significa cura: Nicoletta Vulpetti

Nicoletta mi piace perché scrive prezioso. Come un ricamo, come se fosse oreficeria delle parole. Mi piace perché è delicata e leggera, un soffio, anche quando tira le pietre. E perché è colorata. Nicoletta è una signora che prende il tè in anfibi e t-shirt dei Foo Fighters.

Mi racconti la tua passione per il tè e per il rock?

Per me il tè significa cura. È l’attenzione che si mette nel preparare la tazza con la miscela perfetta, per sé e per chi sta con noi. È tempo dedicato, pensato, condiviso. Per me non è possibile scrivere senza una tazza di fianco al mio mac: quando scrivo e sono nel flusso delle parole, le mie dita si staccano dalla tastiera solo per afferrare la tazza e farmi bere, mentre leggo quello che mi hanno appena consegnato sul foglio bianco. Ma il tè è anche il pensiero finale di una cena tra amici: “ciao, grazie per essere stati insieme, prendi un sacchetto di tè – che preparo io – per una tazza profumata quando sarai lontano da qui”. È il mio commiato da un incontro, una carezza da portarsi a casa. E se scrivo sempre con il tè, è altrettanto vero che appena apro il mac, accendo la musica. Amo ballare, sentire i bassi che agitano le mie cellule e scrivere con la musica è per me una sorta di danza: ballano le dita e pure le parole, con un ritmo che è misura della loro armonia. Ascolto quasi tutto – niente cantanti mosci, non ce la faccio – ma il rock è la colonna sonora della mia esistenza: da sempre, da quando, adolescente malmostosa, macinavo chilometri per Roma in compagnia del mio cane e del mio walkman. Mi piacciono le sonorità piene, per nulla timide e accennate. Ecco, per me il rock è il volto ruvido di chi ha vissuto con autenticità e non ha nascosto le rughe dietro belletti e filtri.

Quando hai cominciato a scrivere? E quando hai pensato che scrivere potesse essere il tuo lavoro?

Scrivo da sempre. E non è un modo di dire. Ho riempito agende e diari e quaderni di parole fitte, scritte solo con inchiostro nero, per capire chi fossi, per dare un ordine alle emozioni e ai pensieri. E come le tartarughe di Nemo, ho seguito il flusso: le parole mi hanno condotto alla lettura, matta e disperatissima, poi alla facoltà di scienze della comunicazione, poi al lavoro che ho scelto presso un’agenzia di pubbliche relazioni, in cui la scrittura ne era una parte fondamentale.

Dove li tieni i sogni?

In un posto raggiungibile, mai chiusi a doppia mandata. Mi piace andare incontro a quello che può succedere, perché – comunque vada – qualcosa di bello accadrà.

Che storia raccontano i tuoi tatuaggi?

Uso il mio corpo come un taccuino esteso e le cui pagine non sbiadiranno mai. Ce n’è uno che parla di un’amicizia che parte da molto lontano e che è ancora qui; un altro, dell’amore per gli animali condiviso con il mio compagno di vita, che è anche marito; un altro ancora, del legame infinito con le mie figlie; un altro, della mia ossessione per le parole; e uno – grandissimo – della mia passione per l’eleganza grafica dei mandala. E non è detto che sia finita qui.

Abbiamo una canzone in comune, Purple Rain. So che per te è una canzone importante ma questa resta una cosa privata tra noi. Dimmi però la canzone che ascoltiamo durante questa intervista.

Ho cambiato idea più volte. Alla fine, ho deciso per Heroes nella versione di Peter Gabriel. È una canzone senza pelle, esposta nella sua fragilità, ma allo stesso tempo potente. Esattamente come me.

Nicoletta è una storia che non va a finire quindi il punto non c’è

Vuoi conoscere meglio Nicoletta e le sue competenze? Scrivi a nicoletta.vulpetti@gmail.com

 

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