Pendolare esistenziale: Federica Sgaggio

Ho conosciuto Federica su Facebook e mi piace perché quando parla al telefono parla veloceveloce tutto attaccato, usa le parole della sua “madrelingua” Rosa, le mescola al dialetto veneto, ride e va su e giù con la voce altalena. Ha una testa importante e un cuore pure, è tante cose lei così tante che il coperchio non ci sta.

Qual è il tuo odore preferito?

Il naso è la mia via di accesso al mondo che mi sta intorno. Non posso dire *un* odore. Ce ne sono tanti. C’è l’odore del pomodoro fresco e del ragù di mia madre sentito dalla mia camera da letto – a pensarci mi viene da piangere per la gioia che l’immaginazione di mia madre che canticchiava cucinando e l’anticipazione del sapore, mi facevano crescere dentro. C’è l’odore di talco e di latte nelle pieghe del collo di mio figlio. C’è la menta, la menta delle foglioline; c’è il basilico ­– dio santissimo, il basilico. C’è l’odore dei pomodori maturi che mia nonna passava al setaccio, e c’è l’odore dei pomodori quando in estate facevamo le bottiglie di pomodori. C’è il deodorante Breeze 67 classico, quello che metteva mia madre quando io ero piccola. C’è Caleche di Hermes, che avevo addosso quando mi sono sposata. Ci sono le saponette Atkinson’s gigantesche, troppo grandi per le mie manine di allora, che piacevano a mio padre, particolarmente quelle al sandalo, alla colonia e al sandalo. C’è l’odore del caffè di mia madre. Ma se la domanda è “Fede, ne scegli uno?”, rispondo il pomodoro fresco e il ragù alla napoletana di mia madre, che comprende pure l’odore delle polpette fritte che del “kit – ragù” fanno parte.

Mi descrivi il tuo abito da sposa?

È bellissimo. Il corpetto era senza spalline – le abbiamo aggiunte, molto sottili, per sostenere il peso del seno, e la gonna ampia. Dietro, per coprire la cerniera, c’era una cascata di fiori di seta fatti a mano, piccoli e grandi. È di voile di seta color latte con una punta di grigio. La prima volta che me lo sono visto addosso ho pensato “madonna: ma io ero bella e non lo sapevo”. Questo è l’effetto che i vestiti dovrebbero fare a tutte le persone, mica solo quelli da sposa: tirare fuori il meglio di noi, quello che la pelle nasconde. Quell’abito faceva uscire la mia dimensione gioiosa, festante; la mia idea di abbondanza leggera. Anche un po’ l’abbondanza del seno, visto che ho fatto abbassare la scollatura sul davanti! Avevo provato cose magnifiche di Armani – mi ricordo un tailleur pantalone di crêpe che potrei solo definire leggendario, ma c’erano due cose: la prima era che mi faceva sembrare una donna in carriera che s’era presa due ore di permesso per fare questa cosa del matrimonio; la seconda era che quando stavo provando l’abito che poi ho preso, la radio dell’atelier stava trasmettendo Enya – una pizza, ma una pizza irlandese – e contemporaneamente mi ha telefonato Marco. Uno più uno: l’ho comperato. In testa avevo una stola lunghissima e larghissima di voile anch’essa. Era spettacolare, ma a mia madre non piaceva l’orlo a macchina. Aveva ragione! Così l’abbiamo – sì – presa, ma abbiamo chiesto che una sarta rifacesse tutto l’orlo a mano. Con la leggerezza del sottopunto a mano svolazzava – e svolazza! La metto ancora – in un modo completamente diverso: era cambiato tutto il peso del tessuto…

Il rossetto rosso perfetto è corallo, scarlatto o porpora?

Scarlatto o porpora, direi. Perché il rossetto è un gioco, e con i giochi non si sta a fare le persone serie. Le donne con i colori scuri sono perfette anche con l’arancione. Ma il corallo, ahimé, mai. A meno che non sia strettamente necessario per motivi di qualche genere. Piuttosto, quello che adesso chiamano MLBB, “my lips but better”, cioè un color labbra che sarebbe la risposta artigianale alle labbra tatuate. Scarlatto o porpora fino a cent’anni. Dice: ma le labbra si assottigliano. Va bene. E allora? Oppure: ma le lineette? Eh, qua subentra l’arte. Primer, matita siliconica per i contorni, e tinte invece che rossetti morbidi.

I luoghi rispondono alle domande. L’Irlanda è la risposta a quale domanda?

Senza l’Altrove io non so vivere. “Dove altro sei, Fede?”: questa è la domanda a cui l’Irlanda dà risposta. Vivo in un costante movimento di pendolarismo esistenziale, assistendo alla trasformazione di me in due persone diverse e complementari, entrambe esistenti, ma ciascuna delle due nascosta quando si trova nell’altro posto. L’Irlanda è il luogo del mio possibile. L’Italia è il luogo di me piccola, in tutti i sensi, compreso quello delle potenzialità. L’Italia mi ha nutrita e massacrata. L’Irlanda mi dà speranza e fiducia. È una lingua nuova, l’incontro con chi di me non sa niente.

L’eredità dei vivi è il tuo ultimo romanzo. È stato un libro facile o difficile da scrivere?

Quando finalmente l’ho scritto, è stato facile da scrivere. Ero in Irlanda, ad Annaghmakerrig – lo so, un nome pazzesco – in una residenza per artisti. Ci ho impiegato tre settimane, ma erano dodici anni che ci provavo. Ho file vecchi di quindici anni (l’ho scritto nel 2017) a proposito di questa storia. È stato più difficile rileggerlo alla fine, dopo gli aggiustamenti che ho deciso di fargli, i piccoli lavori finali di sartoria necessari. L’ho tagliato, limato, rimpicciolito, un pochino disidratato. Fare i tre giri di bozze finali è stato tremendo: a parte la nausea e la convinzione che a ogni lettura successiva fosse sempre più brutto, il momento dell’ultima lettura e del congedo è stato struggente. Ho pianto il piangibile. Ma è venuto bene.

Se avessi un giorno ancora da trascorrere con Rosa, tua madre, cosa fareste?

Che domanda. Vorrei avere un altro giorno intero di passeggiate e di prove di vestiti, scarpe, borse. Come le pazze a entrare in tutti i negozi per guardare, toccare le stoffe, vedere le cuciture, esaminare la caduta dei tessuti. Esaminare i pellami, annusare. Non ci serviva comprare per forza qualcosa. Bastava godere del bello e – con piccoli tocchi di immaginazione – renderlo ancora più bello, o facendo – boh – rientrare verso il busto un giro manica (il difetto più frequente e intollerabile delle confezioni industriali anche di pregio è l’assoluta incapacità di tenere lo scavo del giro manica, che resta sempre così esterno da impedirti di alzare il braccio senza che il braccio si ‘porti via’ l’intero vestito), oppure accoppiando a un capo qualcosa di pazzo e sconsiderato a cui nessuno poteva avere pensato, e scoprire che fare pendant è una cosa da signorotte, perché le donne vere, quelle allegre e di carne, scelgono sempre un pochino la follia. Vorrei un giorno di follia con mia madre cinquanta-sessantenne. Vorrei che andassimo a mangiar fuori, che arrivasse mio figlio a salutarci mentre pranziamo, vorrei che mia madre potesse riabbracciare mio marito. Vorrei che potesse vedere mio fratello, e vorrei non sapere che quello è il nostro ultimo giorno.

C’è sempre una canzone. Qual è la canzone di questa intervista?

All in One Day, dei Grada, un gruppo formato da musicisti irlandesi e neozelandesi. Tutto in un giorno è forse la traduzione di quello che diceva sempre mia madre: quello che non si fa in un anno si fa in un’ora.

Federica è una storia che non va a finire quindi il punto non c’è

Vuoi conoscere meglio Federica e le sue competenze? Scrivi a federicasgaggio@gmail.com

 

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