Nuda sono una dea

Mi ricordo un’estate, le tapparelle verdi di legno, raccolta in un guscio di lenzuola bianche d’alba.

Dormire sola in una stanza fresca, tirar via dagli occhi ogni mattina la cenere del giorno prima.

Mi ricordo un’estate in bicicletta, pedalare piano con una musica in testa, senza festa, una musica pianoforte; una discesa senza guardare, con la certezza che non accadrà niente di male.

Mi ricordo un’estate senza futuro, appesa come i panni ad asciugare, un vestito blu a pois rossi, le braccia scoperte e i piedi nei sandali di cuoio; senza un trucco, solo pelle e foglie e capelli al vento e terra.

Mi ricordo un’estate senza la cosa giusta da dire e da fare, senza una replica in cerca di una scena da protagonista.

I polpastrelli umidi di Hibiscus, la prima volta che chiesi perdono e fui perdonata.

Una corona di parole, sgranate una ad una, contate come si contano le stelle. In silenzio.

Così trascorre il giorno, portandomi a largo nella vasca da bagno, senza un ostacolo. Nemmeno uno.

Mi ricordo una cascata succulenta sul balcone della casa a fianco, un vecchio seduto con il mento appoggiato su un bastone di speranza. Dammene ancora uno Signore.

Mi ricordo un filamento crudo, la materia del desiderio nel glugluglu dell’acqua del lavello o sotto le tegole del tetto, nella penombra di un tendaggio leggero, e io in mezzo.

L’innocenza della mia fame, senza bilancia, senza chili, senza grammi, mangio quando mi va, mangio quello che mi va. Senza reggiseno, senza bottoni, senza costrizioni.

Nuda sono una dea.

 

 

 

Glory Box, Portishead

 

 

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