Non pianse la pancia. Anzi, mi passò la nausea.

Benvenuta! La casa è magica, ci abita un fantasma e succedono cose curiose. Non preoccuparti, è un tipo che si diverte a fare scherzi ma non mette paura. Ah, la lavatrice ogni tanto s’inceppa ma basta un colpetto sopra l’oblò e riparte.

Benvenuta!

L’ex inquilina della casa davanti alla fonte aveva lasciato il biglietto sul tavolo tondo del soggiorno, un tavolo degli anni ‘60 con le zampe di leone. Dopo aver letto il benvenuto piegai in 4 il foglio, aprii il primo cassetto della credenza e ce lo infilai dentro. Non mi preoccupai tanto del fantasma, mi preoccupai di più per la lavatrice e le feci fare subito un lavaggio a vuoto. Andò tutto bene e pensai che forse, nel frattempo, si era aggiustata da sola. Gli elettrodomestici lo fanno, smettono di funzionare, magari per stanchezza, tu li lasci riposare un po’ e poi riprendono a fare il loro lavoro.
Il giorno che arrivai era l’ultimo giorno d’estate, faceva ancora molto caldo e prima di cominciare a spacchettare i cartoni con le mie cose decisi di fare un giro intorno casa.
C’era nell’aria l’odore fresco delle case di pietra e dei muretti a secco, si sentiva dalle finestre il rumore dei piatti nel lavello e la voce di un dialetto nuovo, l’autunno vibrava sotto ai miei piedi, misi le mani in tasca e continuai a camminare con gli occhi in su lungo il viale che portava fuori dal paese. Non avevo mai visto alberi di castagno così grandi, le chiome sembravano ombrelli giganti e pensai speriamo che arrivi presto la neve. La neve arrivò a dicembre ma il freddo di montagna arrivò prima, alla fine di settembre.

Vespe, pioggia e vento

Prima della neve e del freddo arrivarono però un sacco di guai; la casa era vecchia, apparteneva a una donna anziana che aveva smesso da un pezzo di occuparsi della sua manutenzione. Prima ci furono le vespe, un nido dietro la credenza del soggiorno e poi la pioggia. Il tetto era andato in malora e l’acqua gocciolava in tutte le stanze. Così mi toccò mettere pentole e bacinelle sotto le perdite e svuotarle di tanto in tanto ogni volta che pioveva.
I termosifoni funzionavano bene ma le finestre si chiudevano a malapena, c’erano spifferi in ogni stanza e presi l’abitudine di mettermi una coperta di lana sopra le spalle, la allacciavo intorno al collo e la tenevo ferma con una molletta per i panni. Avevo un mantello e mi sentivo una regina, che me ne importava che mi piovesse dentro e che me ne importava degli spifferi, avevo finalmente un posto mio in cui stare ed era una conquista così grande che né il fantasma, né la lavatrice, né la pioggia, né il vento, avrebbero potuto rosicchiarsi anche un solo angoletto del mio entusiasmo.
Non misi in conto l’amore ma quello arrivò dopo a disordinare le mie carte.

Lassù

In casa c’erano due grandi stanze da letto e scelsi per dormire quella che aveva la vista su un giardino di ortensie, l’altra decisi di usarla per lavorare.
Spostai la scrivania vicino alla finestra in modo da avere più luce, tirai fuori dallo scatolone il pc, i quaderni, le penne, misi i colori in una tazza da tè. Provai a connettermi ma niente, il segnale era pessimo. Così staccai il filo dalla presa e mi feci un giro con il pc in mano cercando il punto della casa in cui la ricezione era migliore.
Non mi ero accorta la prima volta che ero andata a visitare la casa che tra le due porte d’ingresso c’era una scaletta che portava al sottotetto, così presi le scale e aprii la porta. C’era una stanza piccola piccola con una finestra sul tetto, un asse di legno poggiata di fortuna su quattro cassette della frutta, due per lato, Ortaggi Famiglia Preziosi dicevano, e decisi di trasferirmi lassù per lavorare.
Lassù divenne il mio posto preferito, lassù divenne il luogo di quell’amore che a gennaio arrivò a disordinare le mie carte.
Anche nella casa in cui vivo adesso c’è un lassù e quando mi sento confusa o spaventata ci porto le parole della confusione e della paura, apro la finestra e salgo sul tetto, le dico a voce alta e il vento mi fa la cortesia di portarle da un’altra parte.

Innamorarsi da dietro e da davanti

Un giorno che fissavo il foglio elettronico bianco e le parole scioperavano decisi di scendere da lassù e farmi un giro intorno casa. Faceva freddo, misi il piumino, la sciarpa, il cappello e i guanti. Era il giorno che l’amore arrivava a disordinare le mie carte e io ero vestita di merda.
Mentre camminavo prese la mia strada da un vicolo a sinistra un ragazzo vestito di nero. Non riuscii a vederlo in faccia, vidi solo le nuvole di fumo e m’innamorai. Io lo so che è una roba strana innamorarsi da dietro ma a me capitò. Mi venne un dolore al petto come di una martellata e mi venne da vomitare ma non volevo fermarmi, volevo camminare, sveltire il passo, raggiungerlo, guardarlo negli occhi e dirgli scusami ma mi sono innamorata di te da dietro e volevo vedere se mi innamoro di te anche da davanti.
Si fermò in una panchina, io pure mi fermai e mi misi a sedere.

Ciao!
Ciao!
Sei nuova di qui?
Sì, sono arrivata alla fine dell’estate.
Eh ma allora sei stata chiusa a casa fino ad oggi perché non ti avevo visto prima e qui siamo quattro gatti, una nuova fa notizia subito di solito.
Si vede che non sono una che fa notizia e poi sto a casa a lavorare, esco solo per fare la spesa e vado in città per farla.
E quanto rimani?
Rimango fino a quando non arriva l’estate.
Allora speriamo che faccia freddo a lungo quest’anno.

Allungò le mani verso il mio volto e sorridendo mi calzò il cappello fino a coprirmi gli occhi.

Ci si vede qui domani a quest’ora?
Va bene!
Ah, sei sposata?
No, ho smesso un po’ di tempo fa!

Ci salutammo e io tornai a casa innamorata anche da davanti.

Il fantasma borseggiatore

Il giorno stesso che tornai a casa innamorata anche da davanti scoprii che l’ex inquilina non aveva mentito. Il fantasma c’era davvero e si era divertito a spostare l’ordine delle mie cose. Non pensai neppure per un attimo che qualcuno fosse entrato in casa perché quando aprii la porta ebbi subito la sensazione di aver interrotto qualcosa di invisibile.

Piacere di conoscerti, io sono Alessia ma forse già lo sai. Ci hai messo un po’ a presentarti. Vedo che ti sei divertito, perché non mi fai vedere come fai?
Vabbeh, ora metto in ordine ma se ti va di farmi vedere come fai io non mi spavento.
Ti volevo dire che comunque io ho preso informazioni su di te, ho chiesto alla proprietaria della casa chi ci ha abitato qui prima di me e so che un certo Scortichì ha vissuto qui con la moglie e la figlia e mi ha detto che non avevi tanta voglia di lavorare e per arrotondare rubavi i portafogli alla stazione. Non è mica una bella cosa, lo sai? Non rispondi eh, si vede che hai la coda di paglia e che quello che raccontano è vero. Non so se mi sei simpatico visto che sei stato un ladro!

Finisco per dire la frase e la ciotola della frutta si sposta velocemente dal centro del tavolo fino a cadere per terra.

Sappi Scortichì che non m’impressioni affatto. Se vuoi spaventarmi dovrai fare qualcosa di più pauroso di questo!

Finisco di dire la frase e Scortichì accende tutte le luci nelle stanze e fa dondolare i lampadari.

Ecco, così siamo sulla strada giusta!

Scortichì s’era arrabbiato, se ne andò da qualche altra parte e andandosene fece vento freddo. Si fece sentire spesso durante la mia permanenza e so per certo che si affezionò alla mia presenza e una volta, quando l’amore mi fece male ancora una volta come una martellata ed ero seduta sul bordo del letto a piangere, mi mise una mano sulla spalla come un padre avrebbe fatto con sua figlia.

Appuntamento in panchina

Ogni giorno e alla stessa ora fino all’arrivo dell’estate io e lui ci incontrammo sulla panchina del viale dei castagni. Non mi era mai capitato e non mi capitò mai più dopo una cosa così. Riuscivo a fatica a stargli seduta accanto. Mi veniva sempre di vomitare e la gioia dell’incontro era sempre anche un dolore fisico. Male di pancia, male di ginocchia, male di occhi e di braccia.
La prima volta che mi sfiorò la mano per sentire se avevo freddo il cuore mi arrivò in bocca. Tuonava.

Tu ci pensi mai?
A come sarebbe fare l’amore?
Sì.
Sì, ci penso.
E come lo pensi?
Lo penso che fa bene e fa male.
Io penso solo che fa bene e che dovremmo provare.
Ho paura di provare, ho paura di come starei dopo quando vado via. Perché io vado via.
Potremmo provare e tu potresti restare. Intendo dopo.
Non voglio fermarmi, ho deciso così. E tu mi spaventi. Mi spaventa l’effetto che mi fai. Tu mi fermi.
Lo dici come se fosse una cosa brutta.
Non è una cosa brutta ma io non voglio essere fermata, voglio fare cose per me. E questo amore m’impedirebbe di fare cose per me perché mi annodi tutta. Già succede. Lo sai che ieri aspettando che arrivassero le tre non ho concluso un cazzo? Ho girato per casa tutto il cazzo di giorno, mi sentivo in galera! Se io resto qui, se io resto in questo amore, sai che succede? Succede che ci sposiamo, succede che facciamo dei figli e io sono tua e dei nostri figli e non c’è tempo per sentirmi mia. Voglio essere mia!
Sposarsi e avere dei figli non è una cosa brutta.
Lo so che non è una cosa brutta, anzi, è una cosa bellissima ma io non voglio questo per me. So che potrei stare bene per un po’ ma so che dopo mi mancherebbe l’aria, so che mi sentirei in galera, non so durare annodata e finirei per odiare te, la nostra casa, la nostra famiglia.

Si alzò e se ne andò. Per 5 giorni mancò al nostro appuntamento. Aspettai ma non arrivò. Il 3° giorno Scortichì mi fece trovare il portafoglio sul letto aperto con tutte le banconote in fila per taglio e le monete impilate in torri.

Il 6° giorno

Successe lassù e avevo ragione.
Mi faceva bene perché mi restituiva al desiderio ma mi faceva anche male. Nel modo in cui mi stringeva i polsi o teneva la mia carne tra le mani c’era la sensazione insopportabile per lui che io fossi negatrice del nostro felice svolgimento. Non poteva amarmi senza trattenermi, era insopportabile che gli vietassi di conquistarmi e insediarmisi dentro e cercava in ogni modo di stringermi una trama intorno. Mi faceva sentire annodata tutta e mi faceva venire di vomitare.
Quando se ne andò pianse tutto il mio corpo. Piansero i capelli, la pelle, gli occhi, le narici, le labbra, tutte, il collo, le spalle, i fianchi, le anche, le cosce e le ginocchia. Piansero anche i piedi e Scortichi’ me li asciugò.
Non pianse la pancia. Anzi, mi passò la nausea.

Sentirsi una

Sentirmi una è una cosa di me che ho sempre saputo ma ho mentito a lungo anche all’amore.  So durare nelle cose solo se c’è una distanza.

The Spy, The Doors.

2 Comments

  • Giulia(Tulipen)

    ❤️

    • Alessia

      Grazue Giulia, è proprio al cuore che doveva arrivare e anche alla pancia.

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