L’ultima Caesar Salad

L’ultima volta che ho mangiato una Caesar Salad ero a Saint Raphael. Arrivai nel tardo pomeriggio dopo aver salutato Tolosa la rosa e maledetto un piatto di lumache alla Bourguignonne fino a Carcassone, quando le vomitai dal finestrino dell’auto.
Trovammo da dormire in un albergo che affittava stanze alle prostitute, non c’era posto da nessuna altra parte e quella notte non dormii mai, un po’ per gli amplessi gridati e consumati al ritmo di uno ogni 20-25 minuti e un po’ per la donna che aveva intrattenuto, cantando, la nostra cena, nella cucina dell’Hotel San Raphael.
Pavimento lucido color lapislazzulo, tavoli e sedie imbottite color crema e quei terribili quadri da ristorazione di mari, barche e reti da pesca che saprebbero rendere indigesto anche un delizioso croque monsier.
Al centro della sala c’era lei, i piedi abbarbicati come su una gobba di dromedario in sandali neri di vernice, avvolta in un abito nero di velluto di qualche capodanno fa. Rimasta indietro nel tempo. I capelli biondi lunghi fino al seno danneggiati sulle punte dalla decolorazione e un collo lungo, bello, tenuto al collare da una striscia di passameneria frangiata.
Un sottofondo senza prima scena, inosservata.
Era come una pianta a cui hai dato troppa acqua, pregna e in principio di marcescenza alla radice.
Incapace di assorbire qualsiasi cosa intorno, un applauso, un sorriso di gratitudine, un apprezzamento alla sua voce vetrata.

Maitre Gims, Est-ce que tu m’aimes?

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