La casa sull’isola

Un movimento lento e sempre presente. Di ombre, rocce, radici e anime morte. Una risalita bollente dal cuore della terra e il terrore sudato di camminarci sopra con i piedi.
Questa è la prima sensazione che ho avuto dopo esserci lasciati alle spalle la costa trasparente per entrare nell’entroterra barbaro e selvaggio.
Una sensazione spaventosa che pure mio padre che mi accompagnava trova forza di dire con le parole, Non mi piace questo posto, non mi piace per niente. Non lo so se ti voglio lasciare qui a vivere.
Sarebbe dovuto rimanere solo qualche giorno, giusto il tempo di dare una sistemata, imbiancare le pareti, montare la cucina, stringere qualche rubinetto vecchio.
Invece rimase quasi un mese, non aveva più niente da fare ma non voleva lasciarmi lì a vivere.
Mio padre è un uomo silenzioso e riservato. Tiene quasi tutto per sé. Il poco che non trattiene ha sempre una misura e sta nell’ordine delle leggi fisiche.
Tutto ciò che non ha lunghezza, tempo, massa, temperatura e intensità, non esiste.
È l’unico modo in cui riesce a sentirsi al sicuro dall’imprevedibile della vita e dall’invisibile.
Eppure lo spaventoso lo sente. Non può misurarlo ma sa che c’è ed è disorientato.
Quando usciamo per fare la spesa o andare in ferramenta per comprare qualcosa che ci serve mi tiene per mano. Mi stringe per proteggermi e per sentirsi protetto da me.
Mi riconosce un’abilità nella geografia dell’invisibile. Io, come mia madre, so muovermi bene tra le cose che non si vedono e non si misurano.
Tutte le donne di casa mia hanno una magia e una mantica. Mia madre ha i pianeti, io ho la pancia. Ho ricevuto per memoria genetica da mia nonna un impianto di tessuti e fibre e tentacoli vibranti che intercettano l’oltre.
Sentiamo, che voi ci crediate oppure no. Che ci crediate non lo rende più vero, che non ci crediate non lo rende falso.
La prima volta che scopro di avere un impianto nella pancia sono piccola. Dormo nel letto dei miei genitori, dalla parte dei piedi.
Mi sveglio di botto e grido Mamma, l’abisso!
L’abisso è un luogo cavernoso e buio e dentro ci stanno creature con squame e piastre ossee.
Nell’abisso ci sta l’esercito degli uomini granchio. Dal tronco in giù hanno le gambe, dal tronco in su hanno chele enormi e teste piccole con occhi sul cucuzzolo di lunghe antenne. Gli uomini granchio camminano in file ordinate e battono le chele, ognuno batte le sue, una contro l’altra.
Fanno un rumore che assomiglia a un applauso, clap clap clap, ma sordo.
Gli uomini granchio esistono, che ci crediate oppure no.
Io li ho visti tante volte e ho dovuto correre veloce per non farmi acchiappare.

***

Quando mio padre va via e mi lascia sola in quella casa lo spaventoso alza il volume.
Mi capita di svegliarmi nel cuore della notte e mi sento circondata da tele di ragno, costretta in un bozzolo appiccicoso.
Sono lenta e io non sono mai lenta. Non cammino, mi trascino. Sono stanca e mi addormento ovunque a qualunque ora. È come se avessi da qualche parte, nascosta, una zecca che mi succhia il sangue e l’energia.
Non sono più consapevole delle distanze. Il corridoio mi sembra lunghissimo, cammino ma non arrivo mai in fondo. È come se qualcuno, qualcosa, opponesse resistenza al mio movimento tenendomi per le caviglie.
Chi c’è? Chi sei? Cosa vuoi da me? Lasciami stare!
La mia magia non basta. Chiunque sia, qualunque cosa sia, è più forte di me.
Ho bisogno di indossare la mia ametista. Mia nonna ha ripetuto in vita cento milioni di volte che quella collana appartiene alla figlia femmina che viene.  Perché l’oltre si tramanda. Di femmina in femmina. Per l’oltre c’è bisogno di una protezione.
L’ametista fa il suo lavoro, mi accresce in potere. Chiunque sia, qualunque cosa sia questo chi o cosa che si aggira in casa mia, io sommata a mia nonna sono più forte.
E comincio a cercarlo. Prima in casa e poi fuori. Sento che è ovunque ed è maligno. Quando cala il sole è un’ombra che entra nelle stanze, è una coperta che avvolge le case, le strade, la foresta intorno, un bozzolo appiccicoso bianco perlaceo.
Tutte le cose qui hanno un’anima metamorfica. Le pietre se le guardi a lungo cambiano sotto i tuoi occhi. Hanno espressioni, si allungano, si allargano. Le radici delle piante crescono senza smettere mai, fanno sbottare la terra, un sistema di vene e capillari, una fibra cruda e dura lunga chilometri e chilometri.
Che ci crediate o no le radici che crescono senza smettere mai hanno un rumore che assomiglia al rumore del guscio di un uovo quando lo rompi sul bordo di una ciotola.

***

La casa in cui vivo è molto grande ed è costruita su una guglia di roccia. C’è un lungo corridoio dal quale si aprono tutte le stanze e che finisce in un atrio cieco.
C’è una piccola porta di legno che è l’accesso al sottotetto.
Col cazzo che ci entro nel sottotetto mi dico, devo entrarci mi ridico.
Faccio passare un po’ di giorni. Ho paura.
Sì, ho un impianto nella pancia che intercetta l’altrove ma non so se l’impianto ha la funzione salva il culo alla ragazza. Se entro e cado in buco dal quale non si esce più?
Mi serve più potere e più magia per entrarci dentro. Ho già mia nonna ametista addosso ma mi serve anche mia madre.
Nel portafogli tengo una foto nostra che adoro. Mi tiene in braccio e fuma. Io ho un fazzoletto in testa. Siamo ad Aprilia nella casa di campagna di zia Anna e zio Miro. Prendo la foto, la strofino sulla pancia e poi la infilo nella tasca dei pantaloni.
Sono protetta davanti e dietro. Un’armatura che nessun chi e nessun cosa può sconfiggere. Prendo una torcia ed entro.
Nel sottotetto c’è quello che di solito c’è in un sottotetto. Quello che non ti serve, quello che non vuoi buttare e non sai dove tenere.
C’è una bicicletta ellittica per il fitness, racchettoni da mare appesi a un chiodo nel muro, un quadro con una barca a vela, torri di Topolino, qualche scatolone imballato e uno scatolone non sigillato. Lo apro e dentro c’è uno schiacciapatate, delle palette di legno, una tovaglia di Natale, un bicchiere e un cucchiaino di quelli che si usano per dare da mangiare ai bambini. Non è abbastanza vecchio per essere delle figlie della famiglia che vive al piano di sotto. C’è pure un servizio di piatti e stoviglie in plastica. Faccio per prendere un piatto e appena lo tocco con le dita sento una cosa che mi viene contro, una cosa calda, una coperta, un prato, una bambina, un uomo e una donna. La cosa calda che mi viene contro è la loro gioia di stare insieme, un pranzo all’aperto.
Decido di tenermi il piatto, chiudo lo scatolone, mi volto e mi accorgo che nell’angolo c’è una bambola. La testa contro il pavimento, le gambe in stoffa scomposte.
Nessuna madre lascerebbe morire di polvere la bambola della sua bambina. Una madre la metterebbe in una busta o in una scatola, proteggerebbe in ogni modo il ricordo dell’infanzia di sua figlia.
Esco dal sottotetto e penso che devo fare qualche domanda su questa storia.

***

È autunno. E in questo posto in autunno organizzano una grande festa. Le donne del paese sono tutte impegnate a confezionare biscotti con le mandorle.
Chiedo alla signora che mi abita sotto se posso aiutarla con i suoi, cucinare insieme è un buon modo per entrare in confidenza e fare domande.
Quando scendo da lei ed entro in casa sua ho la stessa spaventosa sensazione che ho avuto quando sono entrata in casa mia. Chi o cosa sta pure qui.
Allora, ti spiego come si fa – dice la signora – metti 5 biscotti nel rettangolo di carta trasparente che ho già tagliato, chiudi a caramella con del nastro da pacchi e fai i riccioli.
Ok dico io comincio subito!
Mentre incarto, chiudo, arriccio e metto le caramelle nella scatolone sullo sgabello penso a un modo per cominciare il discorso, un modo che non sembri che sto raccogliendo indizi e che voglio scoprire cosa ci sta dietro a quella bambola.

Sai, mi trovo proprio bene a casa, è bellissima, grande e luminosa.
Sono contenta che almeno tu ti ci sia trovata bene.

Almeno tu, ha detto almeno tu! È evidente che qualcuno prima di me ci ha abitato e non ci si è trovato bene.

Quando sono arrivata non era proprio in ottime condizioni, era tanto che era disabitata?
Sì, erano quasi vent’anni che non ci abitava nessuno.
E come mai se ne sono andati? Non volevano stare in affitto e ne hanno comprata una tutta loro?
No.

Eh no, no e basta non mi basta. Devi dirmi perché se ne sono andati.

E allora perché se sono andati?
Quante domande fai tu, sei venuta a preparare i biscotti o a fare pettegolezzi?
Scusami non volevo sembrare invadente, ero solo curiosa.
Questo non è un posto al quale si addice la curiosità. A noi ci piace parlare poco.

A noi chi? Chi siete questi noi a cui piace parlare poco? Che nascondete? Brutta strega nera che ti credi, faccio l’ingenua ma lo vedo dagli occhi chi sei, non mi freghi con i tuoi biscottini del cazzo.

***
Che ci crediate oppure no, c’è sempre qualcuno che vuole più o meno inconsciamente svelare il mistero, qualcuno che vuole raccontarlo per liberarsi del peso della trama.
Di fronte a casa mia, accanto al cimitero – lo so che la storia potrà sembrare poco credibile, ci stanno dentro tutti i luoghi comuni delle storie di paura e magia e mistero –, ci abita una vecchietta che al mio arrivo mi ha portato un cestino di benvenuto con mele cotogne. Mi ha detto Appena puoi e ti sei sistemata vieni a prendere un caffè da me.
In questo posto qui, a questi “noi” non solo non piacciono i curiosi ma non piacciono neppure quelli che non ricambiano la cortesia.

Finalmente sei qui! Pensavo che non saresti più venuta. Hai rischiato che mi offendessi. Sono tre mesi che stai chiusa in quella casa. Che fai tutto il giorno chiusa dentro casa?

Vorrei dirle che combatto ogni giorno con una presenza maligna che mi entra nelle stanze al calar del sole e che la combatto con una pietra al collo e una foto di mia madre nella tasca dei pantaloni.

Eh ci ho messo un po’ a sistemarmi, poi lavoro in casa e resta sempre poco tempo per uscire e per le chiacchiere.
– Beh signorina, ora che hai imparato la strada di casa mia spero che verrai a trovarmi spesso.
– Certo, verrò a trovarla più spesso adesso che mi sono sistemata.
– Come ti trovi in quella casa?
– Bene, è una casa grande e luminosa. Molto confortevole. C’è tanto spazio. Ho anche un sottotetto.
– Non so se dovrei dirtelo…
– Dirmi cosa?
– In quella casa ci ha abitato una coppia di giovani sposini con una bambina e sono dovuti scappare.

Ecco perché la bambola era stata abbandonata. Solo una madre che scappa di corsa da un posto brutto può abbandonare alla polvere un ricordo d’infanzia di sua figlia.

Tu hai figli?
– No, io non ne ho.
– Quando ne avrai spero che non ti succeda quello che è successo a quella ragazza.
– Cosa è successo a quella ragazza?
– A volte dopo il parto impazzisce l’utero. Comincia a mettere in circolo particelle tossiche e non ci stai più con la testa. Vedi cose che non esistono. Pensa che la ritrovarono in cucina in fin di vita, aveva provato ad ammazzarsi. Per fortuna fecero in tempo a salvarla ma scapparono via di corsa per la vergogna. Una madre che prova ad ammazzarsi mentre sua figlia dorme nell’altra stanza. Che vergogna!

Quella sera decisi di andarmene. Filai via in pochi giorni, lasciai la cucina nuova di zecca, il divano, il tavolo e le sedie, l’armadio giallo e i tappeti. Non volevo stare un solo giorno di più, non potevo aspettare che mio padre venisse a smontare tutto e non volevo riportare niente a cui potesse essere rimasto attaccato il chi o il cosa che viveva in quel posto. Portai via  il rammarico di non sapere come si chiamava la ragazza, avrei voluto scriverle per dirle che sapevo che non era pazza, che nessun utero si era ammattito, nessuna particella aveva fatto marcire il suo cervello. Era solo il chi o il cosa che la tirava per le caviglie.
Il piatto del servizio rosso in plastica che aveva dentro tutta la gioia della sua famiglia lo presi io. Sta nella mia cucina, ci appoggio le posate che uso per cucinare. Lo tengo per proteggerla.

 

Hotel California, Eagles

 

 

 

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