Fotografare è come una preghiera: Alessandra Rigolin

Ci siamo conosciute a Padova, io avevo allestito una mostra fotografica al Caffè Pedrocchi. Era estate ed era caldo. Qualcosa di Alessandra mi ha chiamato e qualcosa di me ha chiamato lei. Ci siamo ritrovate, io con le parole e lei con la fotografia, a raccontare insieme una storia. Quella di “Private Rooms”. Alessandra mi piace perché racconta il mondo con gli occhi che ha e perché ha la capacità di mettersi al servizio delle storie degli altri.

Quando hai scoperto di sentire e vedere?

L’ho scoperto qualche anno fa, la prima volta che mi sono fotografata. Ho iniziato per necessità a farlo, sapevo il perché ma cercavo il come. Ho semplicemente lasciato che quello che avevo dentro venisse fuori, mi sono donata completamente e mi sono guardata tutta senza mai abbassare lo sguardo. Non mi definisco una fotografa ma una persona che per mezzo dell’autoritratto indaga il rapporto delicato e controverso tra immagine e identità.

Alessandra raccontami di “Private Rooms”.

Lo spazio che fotografo è l’intimità dei luoghi familiari, le case delle persone. È una strada che percorro già da un po’. Il progetto fotografico “Private Rooms” è nato durante il periodo di quarantena, l’immobilità mi ha fatto pensare alla possibilità di fare scatti, attraverso una semplice video chiamata, che raccontassero la nostra nuova quotidianità e il modo in cui ciascuno di noi abita sé stesso. Tutte le foto di “Private Rooms” sono foto scattate a persone che hanno offerto la loro sincerità e la loro intimità domestica e faranno parte di una mostra emozionale online: ogni immagine sarà accompagnata da un testo e un audio vocale. Per accedere a questa esperienza le persone dovranno dare un piccolo contributo e il ricavato andrà devoluto in beneficenza alla Croce Rossa Italiana e alla Lega Nazionale per la Difesa del Cane.

La fotografia nasce quando incontri qualcosa che ti assomiglia oppure quando incontri qualcosa che è diverso da te? 

La fotografia mi nasce quando qualcosa o qualcuno mi fa tremare. Non deve essere uguale o diverso, deve essere capace di lasciarsi arrivare dentro e permettermi di tornare indietro dopo aver ascoltato quello che aveva da dire.

C’è qualcosa che non si può fotografare?

Il mio lavoro è un’opera che non esiste se non viene vissuta intimamente da tutte e due le parti. La foto è l’atto finale di un percorso di conoscenza e per rispondere alla tua domanda, quello che non posso fotografare è quello che non vuole farsi conoscere.

Mi dici una cosa che non hai mai detto a nessuno?

La fotografia per me è come una preghiera, un invito all’inconscio perché parli.

C’è sempre una canzone. Qual è la canzone di questa intervista?

La cura di Franco Battiato.

Come possono contattarti le persone che vogliono conoscere meglio il tuo lavoro? Possono scrivermi a alessandrarigolin@gmail.com

Alessandra è una storia che non va a finire quindi il punto non c’è ma ci sono le sue fotografie

 

 

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