E Vera frigge

Il Natale a cui torno sempre è il Natale di Vera, la sorella di mia madre, e di Sergio, mio zio, Manrico, Alessandro ed Emiliano, i miei cugini.
Se chiudo gli occhi Vera è nella nostra cucina e frigge, frigge broccoli, cavoli, carciofi, ricotta, baccalà e animelle.
Ha i capelli neri come la sabbia della spiaggia di Ostia, li tiene legati in una coda di cavallo, ha una maglia rosso Borgogna e una gonna grigia.
Se chiudo gli occhi vedo i suoi occhi definiti con una matita azzurra e il suo culo grosso che riempie gioioso tutta la nostra cucina che è un budello stretto e lungo.
Il Natale a cui torno sempre è il Natale che mio padre non c’è, è ricoverato al San Giovanni di Roma, mia madre ha portato me e mio fratello a salutarlo; non le ho mai chiesto se ci ha portato perché pensava che stesse per morire. Quando finisco di scrivere la chiamo e glielo chiedo.
Mio padre è steso in un letto di metallo, ha dei tubi nel naso e una sacca di sangue appesa a un trespolo che assomiglia a un attaccapanni.
Io lo guardo e gli accarezzo una mano, non conosco ancora la morte come evento ma conosco la sensazione delle cose che scompaiono e perdono confine.
Mio padre nel letto è una foto vecchia e sbiadita, non sono più chiari i contorni, più lo guardo e più si allontana da noi, diventa un puntino piccolo in un corridoio pallido. Papà dove stai andando? Ma poi ritorni?
Mio fratello è dall’altra parte del letto, ha una tuta da ginnastica blu dell’Adidas e una polo bianca su cui mia madre ha cucito la toppa della Lacoste.
A mio fratello piaceva il coccodrillo della Lacoste e quando la maglia si faceva vecchia, mia madre scuciva il coccodrillo e lo riattaccava su un’altra maglia. Mio fratello si chiama Maurizio, ha un ciuffo biondo rame che gli copre un po’ gli occhi. Da quando papà non sta bene gli è venuto il tic di strizzare gli occhi e io ho cominciato a mangiarmi le unghie.
Mio fratello è bellissimo, io non so, non riesco a vedermi ma so che indosso un cappottino con i bottoni dorati perché vedo la mia mano destra che stropiccia il filo che tiene legato il primo bottone in alto alla lana del cappotto.

E Vera frigge

Il Natale a cui torno sempre è il Natale di mio cugino Manrico che è buono, di Alessandro che fuma le Marlboro rosse, di Emiliano che non ha mai fame e mangia solo la nutella. Pesa come una piuma e Vera si danna.
Il Natale a cui torno è il Natale della casa di Barbie con l’ascensore, dei pantacollant rosa fucsia e degli stivali con le frange, l’unico paio di stivali che ho indossato nella mia vita.
Giochiamo con la tombola che mio Nonno Alfredo ha fatto con le sue mani, i nottolini in legno lavorati al tornio, i dischi in cartone per le caselle con i numeri doppi e i dischi in metallo, più piccoli, per i numeri da 1 a 9.
Mio nonno Alfredo ha una bottega artigiana in Via San Giovanni in Laterano che ha lasciato in eredità a mio padre.
Quando finiscono i dischetti per coprire i numeri, Vera divide in pezzetti le bucce dei mandarini.
Sono piccola e fatico a tenere il passo con chi tiene il cartellone, Vera tiene sott’occhio le sue e le mie cartelle e copre con le bucce dei mandarini i numeri che mi perdo.
Il Natale a cui torno è il Natale di Sergio, mio zio. Sergio è irregolare, sono piccola ma conosco la sensazione dell’irregolare, so già di esserlo anche io.
Sergio va al tempio degli Hare krishna, pratica lo yoga nella mia cameretta, si mette a testa in giù e con le gambe per aria, mangia semi di miglio, è vegetariano.
Un giorno Sergio dice che la carne viene dagli animali morti e che dentro c’è la cadaverina. Vera si arrabbia e gli dice che non si dicono quelle cose ai bambini.
Sergio legge libri da comunista e ha una collana di pietre scure al collo. Sergio è un infermiere e lavora al San Giovanni di Roma dove è ricoverato mio padre.

E Vera frigge

Un giorno chiama mamma e dice che papà è grave, ha un’emorragia addominale e ha bisogno di sangue. Sergio gli presta il suo e poi tanti altri amici gli hanno prestato il loro. È così che papà ha smesso di essere un puntino piccolo in fondo a un corridoio pallido ed è tornato a casa. Poi arrivò una lettera tanti anni dopo, le trasfusioni in quegli anni avevano infettato con l’HIV tante persone, ma questa è un’altra storia. A papà andò bene.
La mia casa a Roma è grande e ci stiamo tutti, nella stanza da letto dei miei dormono i miei zii, in camera mia dormono i miei cugini; io, mamma e Maurizio dormiamo nel divano letto in soggiorno. Se chiudo gli occhi sento nelle dita la sensazione del cotone consumato delle lenzuola con i soldatini verdi e arancioni e il caldo dei piumini nuovi a cuori rossi e bianchi della Bassetti che mamma ha comprato per Natale.
So che sono al sicuro, so che il sangue prestato riporterà mio padre a casa, i miei stivali sono riposti nella loro scatola, le barbie sono a letto pure loro, Vera ha smesso di friggere e si è sciolta i capelli. So che non credo a Gesù, sono piccola ma so già che so sentire e che se non lo sento non esiste.

 

Ti ho voluto bene veramente, Marco Mengoni

3 Comments

  • Roberta Giampieri

    Alcuni dei tuoi ricordi sono anche i miei, perché abbiamo condiviso tante estati e alcuni Natali e soprattutto Pasque….durante le quali ho conosciuto e amato il rito della comunione familiare della colazione di Pasqua: tutto romano, tutto laziale!
    Ricordo perfettamente quando questa cugina più piccola mi parlò della cadaverina contenuta nella carne degli animali morti…e da mangiare. Ricordo la tombola di zio Alfredo, anche se il suo ricordo è ormai sbiadito dal tanto, tanto tempo passato. Ricordo la grave malattia di zio Umberto e sentirla raccontare dagli occhi e dal cuore della bambina e la figlia che l’ha vissuta, mi fa ripercorrere con un enorme nodo alla gola il maremoto che abbiamo affrontato io e il mio piccolo Andrea nel 99,quando ho pensato che anche la mia vita finisse vedendo spegnersi il mio compagno di vita dentro un letto di metallo.
    Ricordi, ricordi ricordi:tanti legati a quell’appartamento a IV Miglio, in cui mi sentivo a casa mia, perché chi ci abitava era la mia famiglia.

    TI HO VOLUTO BENE VERAMENTE- M.MENGONI. ARRIVA DRITTA AL CUORE

    • Alessia

      Le storie hanno questa magia, che sono mie e sono di altri. Si annodano tra loro e annodano le vite delle persone che ci stanno dentro. Crescono. E non vanno mai a finire. Grazie

  • Federica

    Quando le storie hanno un filo che passa dalla pancia diventano le storie di tutti.

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