Datemi lo stesso una cazzo di merendina per favore

Ho ottenuto le Credenziali del Pellegrino dalla Confraternita di San Jacopo di Compostela. Tutti quelli che vanno a Santiago lo devono richiedere se vogliono farsi apporre il timbro di partenza e di arrivo. Ora che ho questo foglio in mano mi chiedo cosa cazzo me ne faccio, non mi servono i timbri per ricordarmi che sono qui e che lo sto facendo. Sono qui e lo sto facendo. Lo lascio su questa panchina di ferro di Oviedo, capoluogo delle Asturie. Sta scritto da tutte le parti, Oviedo capoluogo delle Asturie. Prima di partire per il cammino vado a vedere il Monumento al Sagrado Corazon, solo 7 km da qui ma prendo un taxi. Voglio dire a Dio che sono qui ma non so ancora il perché.

 

Quando sono arrivata all’ostello mi hanno chiesto le Credenziali del Pellegrino, fanculo a me che le ho lasciate sulla panchina di Oviedo. Con le credenziali, mi ha detto la tipa dell’ingresso, avrei avuto diritto alla merendina a colazione. C’è una grande stanza e tanti letti, alcuni sono a castello. C’è una puzza di piedi e piscio vecchio che toglie il fiato. Un gruppo di ragazzi è seduto in cerchio a terra, recitano una cantilena che mi dondola. Una donna con una pietra azzurra al collo guarda il cielo dalla finestra. È italiana, del nord. Si chiama Elisabetta, è un’insegnante e al posto degli occhi ha un figlio morto in un incidente stradale, cammina per trovare pace. Dimmi il tuo dolore, m’ha detto, non so quale scegliere tra i tanti, ho risposto. Ho deciso di fare così, difendermi un po’. Questa è una cosa mia. Solo mia. Nessuno può entrare. Per una volta cazzo. Sono qui solo per me, hai sentito Dio?

 

Le persone qui non si parlano. Si confessano. Si scambiano pezzi di vita come figurine dell’album delle disgrazie. Alcuni è come se cercassero una croce più grossa della loro solo per sentirsi meno sfortunati. Mi sono fatta questa idea che a volte sia solo vomitare l’indigesto. Oggi sono scivolata e mi sono sbucciata un ginocchio. L’ultima volta che è successo avrò avuto 10 anni. Mi piaceva avere le ferite. Mi piacevano le croste del sangue rappreso. E mi piaceva tirarmele via con le unghie. Mi sono annodata al ginocchio il fazzoletto da naso rosa che mia madre da ragazzina mi metteva nel polsino del maglione.

So dove sto andando con i piedi e anche dove sto andando con il cuore: voglio lasciare la città e anche l’azienda. Voglio alberi e voglio un grande giardino. Voglio un cane ma che non debba pisciare sull’asfalto. Voglio un lavoro che non mi mastichi i pezzi come un cancro. Ecco perché sono qui, voglio qualcosa di meglio per me. Voglio imparare a chiedere il meglio per me. A volermi un po’ di bene. A perdonarmi. Vedi Dio, alla fine non sono diversa da tutti gli altri, sono venuta per una grazia, per un perdono, per un miracolo. Se incontro ancora Elisabetta, glielo dico. Ecco, questa è la mia croce: non ho amore per me. È una croce più piccola della tua ma non dirmi di ripararmi da sola, sono stanca di ripararmi da sola. Voglio che qualcuno mi aiuti ad aggiustarmi.

Domani mattina chiedo alla ragazza dell’ostello se può darmi una merendina. Lo so, non ho le fottute credenziali del pellegrino, ce le avevo ma le ho lasciate a Oviedo. Datemi lo stesso una cazzo di merendina, per favore.

A cena ho mangiato pane e prosciutto e due albicocche. Ho conosciuto due ragazze che lavorano alla Rinascente di Milano. Hanno la mia stessa età, più o meno. Si sono portate i trucchi e la piastra per i capelli e quando me l’hanno raccontato ho riso tanto. Nello zaino ci si mette solo il necessario ma ognuno ha il suo necessario. Io ho portato la foto di mia nonna Iride, quella di bambina con le trecce, il vestito bianco della domenica e le scarpe di vernice. Ci sono due ragazze francesi sulla panca vicino alla porta d’uscita e tengono i piedi a bagno in una bacinella con il sale. So che sono francesi perché tanti tengono la bandiera del loro paese di provenienza annodata allo zaino. Sono uscita a fumare, un ragazzo mi ha offerto dell’erba ma non sono qui per sballarmi. Inutile che lo dica a Dio, già lo sa che ho smesso di farmi le canne a 18 anni.

Piove da questa mattina all’alba quando sono uscita per proseguire il cammino. Sono stremata e al momento mi pare di non avere nessuna buona ragione per alzarmi e continuare anche domani. Sono così stanca che a cena riuscivo a malapena a portare la forchetta alla bocca. Mi manca Leonardo. So che siamo vicini, so che stiamo facendo lo stesso viaggio, io a piedi e lui in R4, ma è stata una giornataccia e vorrei rimettere la barca nel porto. Sentirmi al sicuro. Sentirmi il contenuto e non il contenitore. Piove che sembrano corde dal cielo e questa baracca in cui mi trovo è come l’Arca di Noè. L’uomo che dorme nel sacco a pelo vicino al mio russa. Questa vicinanza di corpi e umori mi mette a disagio.

Avevo 5 anni quando ho imparato ad andare in bicicletta senza le rotelle. Papà tornava da lavoro e io scendevo sotto casa, montavo in sella e mi dicevo oggi è la volta buona che ci riesco. Invece, cadevo. Papà mi tirava su, forza ragazzina rimettiti in piedi e riprova. Mi sono educata così in tutte le cose della vita. Cado e mi rimetto in piedi. Cado e mi rimetto in piedi. Questa mattina pioveva e mi sono comunque rimessa in piedi. Ho cerottato i talloni perché lo sfregamento dei calzini bagnati può farmi venire le vesciche. Dio non farmi venire le vesciche che bestemmio.

 

Diario di Viaggio, Cammino di Santiago.

21 giorni di questa in testa. E di questa pure. Quando sono arrivata a Praza do Obradorio cantavo questa. E quando ho buttato le scarpe distrutte dal cammino e sono rimasta a piedi nudi proprio dove finisce il mondo, a Finisterre, io e il mio moroso avevamo questa nel cuore.

 

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