Che il Grande Sceneggiatore vi benedica

Silvia o l’Apprendista Ciappinara. Che significa ciappinara?

A Bologna il Ciappinaro è l’Umarell che sa fare tutto. E con tutto, si intende davvero tutto: dalla falegnameria all’idraulica, passando per il giardinaggio, la meccanica, i lavoretti di robe elettriche, quelli di muratura e la filosofia esistenzialista.
Il Ciappinaro è il sacerdote della sublime arte dell’arrangiarsi e dell’arrangiare, dello sbrogliare gli ingarbugli (talvolta ingarbugliandoli ancora di più, ma in modo creativo), non solo per se stessi, ma anche e specialmente per tutti quanti gli altri, urbi et orbi.
È quasi una figura mitologica, uno di quegli strambi semidei dell’epica minore che saltano fuori all’improvviso a risolvere cose a caso che, però, a un certo punto si rivelano importantissime.
Nella mia vita mi sono accorta che ho imparato a fare un sacco di cose, ma nessuna la so fare benissimo a regola d’arte. A un certo punto ho proprio capito che non sarei mai diventata Maestra di Qualcosa, ma nemmeno Espertona. Al più potevo ambire a diventare Ciappinara. Ma anche lì non è mica così facile come dirlo. Secondo me rimango apprendista forever. Che però va bene lo stesso, perché a me più che insegnare mi piace imparare. Soprattutto le minuzie, le facezie e le delizie.

Com’è una giornata typo da apprendista ciappinara?

È typo che ti alzi e anche se hai degli impegni certi certissimi, puoi stare altrettanto certa certissima che le cose non andranno mai come avevi previsto. MAI. Perciò, per affrontare il demone dell’imprevedibilità, impari ad affidarti a tutta una serie di elaborati rituali di mantica. Per esempio la Caramellogommosomanzia, che consiste nell’aprire un pacchetto di caramelle alla frutta Morositas e vedere qual è la prima che ti esce: se è all’arancia allora “Oh no!”, se è alla fragola “Meh”, se invece è al limone “Yuppi!”
E comunque vada avrai mangiato una caramella (o due, o tre). Butta via.

Le amiamo come se fossero un po’ anche nostre, Le Gerbille, La Major e Il Dottor Male.

Da quindici anni e dieci anni sono i miei datori di lavoro. La prima che mi ha assunta è stata la Major, la mia capa inflessibile, serissima ma dotata di un’ironia di rara finezza. Il primo sguardo che mi ha lanciato è stato cupo e indagatore. Ha continuato a guardarmi così per sei mesi, poi finalmente mi ha fatto un sorriso e mi sono tranquillizzata. Il periodo di prova era andato bene.
Si è trovata così bene con me che ha dato le mie referenze al Dottor Male. È stata talmente chiara nel chiedere 1) una sorella femmina no maschio per carità 2) un glorioso regalo di compleanno, che la mia seconda principale mi ha assunta esattamente lo stesso giorno della prima. Agli antipodi l’una dall’altra (quanto la Major è crepuscolare e poetica, tanto il Dr. è perennemente giojosa e totalmente folle), sono entrambe creature sconcertanti e insondabili.

E poi c’è il Mattioli, di cui sappiamo abbastanza come padre di ma poco in quanto coniuge Samory. Come vi siete conosciuti?

Io e il Mattioli ci siamo conosciuti a cavallo fra un millennio e l’altro, quanto l’internet era una roba per gente considerata mediamente stramba e i social te li facevi da te. Facevamo parte di una mailing list (che esiste ancora) dedicata a Valerio Evangelisti e ai suoi romanzi sull’Inquisitore Eymerich. Storia & fantascienza, per capirci. Galeotto fu il primo raduno che organizzammo, a San Leo. Un branco di gente venuta da tutta Italia e che non si era mai vista in faccia prima di quel momento, solo scritta. Vedi il potere delle parole. Mi diede un passaggio (a volte conviene accettare passaggi dagli sconosciuti) e fu amore al primo sguardo.
Fra me e il Mattioli ma anche fra noi e tutti gli altri, tanto che sono ancora i nostri migliori amici, Valerio compreso. Sono la nostra famiglia allargata.
Da più di vent’anni Mattioli è il mio specchio magico, quello che mi mostra esattamente quel che sono e mi fa capire quanto possa essere bella anch’io, perché da sola non ci crederei mai. (E poi è l’unico uomo che sia riuscito a conquistarmi con una sola domanda: “Ma tu da bambina, negli anni ’80, lo guardavi Doctor Who?”)

E poi c’è un altrove da Casalecchio, i nonni, una cana matta, le gatte.

C’è la Romagna dove io, esule in terra emiliana, ho necessità fisica di ritornare con regolarità, perché se no appassisco. Un po’ come Persefone che ci sta da dio con quel figone di Hades agli inferi, per carità, ma ogni tanto ha bisogno di tornare a mangiare i cappelletti della mamma. E di andare via dalla città, perché io sono tutto tranne che cittadina. C’è un Altrove con una casa talmente piena di Tempo che ormai lo fa scorrere come vuole lei. C’è una torre antica su un crinale dove si respira un silenzio che solo lì si può toccare. C’è un fiume e c’è la terra incastonata fra le colline. È la mia storia, dove sono iniziata e dove vorrei finire (ho già detto che mi collochino in un bel vaso sulla mensola del camino, quando me ne andrò). E nella mia storia ci sono dei personaggi che delle volte mi sembrano così belli che paiono inventati apposta perché sia una di quelle storie che non smetteresti di leggere mai più. Sarebbe bello se potesse essere davvero così…

E poi ci sono i libri.

Tanti. Invadenti e rassicuranti. Riempiono la nostra casa perché coi libri ci viviamo, non solo in senso metaforico. Ci siamo cresciuti, li coltiviamo con amore, sono le nostre appendici, raccontano la nostra storia. E ci danno anche da mangiare, perché coi libri ci lavoriamo io e il Mattioli, sia da soli e in ambiti diversi, sia insieme (e ci piace tanto). Ci sono libri talmente scalcagnati e masticati, nelle nostre librerie, che una persona normale li butterebbe nel rusco in tre due uno. Quelli sono i miei tesori preferiti. Li cerco in giro per mercatini e me li porto dietro da una vita. Li amo così tanto che se mi portassero via la mia copia sbrindellata del Giornalino di Gian Burrasca, o Il Fantasma di Golden City in edizione tenuta su con lo sputo, io mi butterei nel Reno per la disperazione. Ognuno ha i suoi feticismi, ne convengo.

E poi ci sono i ferri e i gomitoli di lana.

Vivo in una famiglia di creativi veri e io invece non lo sono per niente.
Per esempio mi sarebbe piaciuto tantissimo saper disegnare, ma non sono mai stata capace. Uno scorno.
Però mi piace lavorare con le mani e quello che non riesco a fare con una matita lo faccio con i ferri e l’uncinetto e i miei gomitoli di lana, fin da quando ero piccina. Lavoravo a maglia anche a scuola, di nascosto sotto al banco, specialmente quando andavo al liceo. Quante ore di filosofia o di letteratura greca sono finite in certe mie crepuscolarissime sciarpe in grigio topo ton sur ton anni ’90.
E siccome soffro di ansia, con i gomitoli mi curo dai brutti pensieri, senza nessun effetto collaterale.

Cammini ancora evitando di toccare con la punta dei piedi le linee del pavimento?

Oddio, perché c’è qualcuno che le tocca??? Aaaaaah!!!
(Non faccio solo quello. Per esempio ringrazio sempre la salvia e il rosmarino quando vado a staccare qualche foglia o qualche rametto per cucinare. Grazie signora salvia, grazie signor rosmarino. Se non lo facessi succederebbero delle cose bruttissime, tantissimo peggiori di quelle che succedono se pesti le righe del pavimento. Non sia mai.)

 

Learning how to fly, Tuck & Patti

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