ricordi

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  • VerdEva

    Quando ero bambina il sabato era il mio giorno con papà. Sempre lo stesso giro, da Piazza Campo de Fiori a Via dei Giubbonari, Via del Portico d’Ottavia fino al Forno Boccione per comprare i bruscolini per mamma e la crostata alle mandorle.
    La crostata alle mandorle è per la domenica, i dolci sono ancora un fatto straordinario per un giorno straordinario, i dolci sono per quando non si lavora e non si fanno i compiti.

    La sorella più giovane di mia madre, Marcella, lavora in un negozio di scarpe proprio in Via dei Giubbonari. È un negozio grandissimo con vetrine interne a tre ripiani in vetro, a destra ci sono le scarpe da donna e a sinistra le scarpe da uomo. Le scarpe più belle e più costose stanno appoggiate su un piedistallo mentre le altre sono appoggiate sul ripiano in vetro.
    Io le scarpe le guardo sempre tutte perché per me non esistono scarpe da femmina e scarpe da maschio.

    A casa le scarpe le teniamo dentro un armadio a muro, stanno tutte impilate nelle loro scatole e fuori c’è attaccato con … Continua a leggere

  • La casa sull’isola

    Un movimento lento e sempre presente. Di ombre, rocce, radici e anime morte. Una risalita bollente dal cuore della terra e il terrore sudato di camminarci sopra con i piedi.
    Questa è la prima sensazione che ho avuto dopo esserci lasciati alle spalle la costa trasparente per entrare nell’entroterra barbaro e selvaggio.
    Una sensazione spaventosa che pure mio padre che mi accompagnava trova forza di dire con le parole, Non mi piace questo posto, non mi piace per niente. Non lo so se ti voglio lasciare qui a vivere.
    Sarebbe dovuto rimanere solo qualche giorno, giusto il tempo di dare una sistemata, imbiancare le pareti, montare la cucina, stringere qualche rubinetto vecchio.
    Invece rimase quasi un mese, non aveva più niente da fare ma non voleva lasciarmi lì a vivere.
    Mio padre è un uomo silenzioso e riservato. Tiene quasi tutto per sé. Il poco che non trattiene ha sempre una misura e sta nell’ordine delle leggi fisiche.
    Tutto ciò che non ha lunghezza, tempo, massa, temperatura e intensità, non esiste.
    È l’unico modo in cui riesce a sentirsi al sicuro dall’imprevedibile della vita e dall’invisibile.
    Eppure lo … Continua a leggere

  • Vista mare

    Questa casa dorme su un fianco di ringhiera che la pizzicano i bambini tornando da scuola, come fossero le corde di un’arpa. L’alba la veste di luce appena appena, suona e risuona dietro la tenda il mare sonnolento, il molo triste di novembre, l’ancora come una spada fresca inferta in una gobba di sabbia. Suona e risuona il mare sonnolento.

    Da una profondità nacque Afrodite il collo delicato e il seno adornato d’oro tutta lucente su una valva rugosa ghirlande di violette e una perla nel forellino del lobo

    Non c’è affanno sul bordo di questo mio sentimento che non si scrive che non si sillaba che non ha un nome eppure è reale come ogni cosa.

    Sea of love, Iggy Pop

     

  • 1989

    Mi ricordo di una discesa e di un campanile di chiesa che segna le 11.00. Tu sei la ragazzina bionda che corre fiera nelle sue scarpe di tela. E già mi piaci. Corri incontro a tuo fratello, quello grande, che se ne sta in piedi con le mani in tasca davanti al piccolo bar emporio del paese. Parli e muovi le mani con la prepotenza di un uomo e tiri calci a un pallone contro il muro. E già mi piaci come mi piacciono sempre le cose che stonano.
    Io sto su una panchina di pietra lungo il viale, aspetto che mia zia faccia la spesa. Ciondolo le gambe e i piedi nei miei anfibi viola. È l’anno che con gli anfibi viola ci vado anche al mare perché i miei anfibi viola sono la mia stonatura.

    Ho 14 anni, leggo Nietzsche e i poeti della beat generation. Ascolto i Doors e sto in ombra. Porto appesa al collo una pietra azzurra che mi hanno portato dall’Egitto e che rappresenta l’eterna rinascita. Nel giro di un anno sono diventata simbolica, tutta, dalla … Continua a leggere

  • Amen

    Oggi è arrivata l’estate, è il giorno che chiudo le valigie e mi porto via.
    Tu sei il superstite e io la stronza, quella che si è portata via. Sono solo la stronza puttana del tuo pianto del cazzo.

    Coraggio mi dico vedrai che prima o poi anche il cordoglio si sfianca e smette di inseguirti.

    Verrà l’autunno e io per quel tempo avrò dimenticato che si può impazzire tra quattro mura, verrà l’inverno e sarà così freddo che questo ultimo abbraccio – mi allaccio mi slaccio ti allaccio e ti slaccio – sarà una scultura di ghiaccio, verrà la primavera e io per quel tempo avrò di certo qualcuno che mi dorme accanto.
    Feci così, ti rimandai di stagione in stagione convinta che la successiva sarebbe stata la volta buona e invece no, bastardo, tu mi scrivi e mandi in merda i miei programmi d’ottimismo.

    Qualunque cosa tu fai scrivi io la faccio con te.

    La testa comincia a girare e mi cresce il sospetto che le dolci intenzioni siano solo un profilo pericoloso, una pena senza fine per la tua innocenza e tutto quello … Continua a leggere

  • Nuda sono una dea

    Mi ricordo un’estate, le tapparelle verdi di legno, raccolta in un guscio di lenzuola bianche d’alba.

    Dormire sola in una stanza fresca, tirar via dagli occhi ogni mattina la cenere del giorno prima.

    Mi ricordo un’estate in bicicletta, pedalare piano con una musica in testa, senza festa, una musica pianoforte; una discesa senza guardare, con la certezza che non accadrà niente di male.

    Mi ricordo un’estate senza futuro, appesa come i panni ad asciugare, un vestito blu a pois rossi, le braccia scoperte e i piedi nei sandali di cuoio; senza un trucco, solo pelle e foglie e capelli al vento e terra.

    Mi ricordo un’estate senza la cosa giusta da dire e da fare, senza una replica in cerca di una scena da protagonista.

    I polpastrelli umidi di Hibiscus, la prima volta che chiesi perdono e fui perdonata.

    Una corona di parole, sgranate una ad una, contate come si contano le stelle. In silenzio.

    Così trascorre il giorno, portandomi a largo nella vasca da bagno, senza un ostacolo. Nemmeno uno.

    Mi ricordo una cascata succulenta sul balcone della casa a fianco, un vecchio seduto con il mento … Continua a leggere

  • C’era una volta una vecchia ma vecchia vecchia

    C’era una volta, nella strada di casa mia, una vecchia – vecchia vecchia – con i capelli bianchi – bianchi bianchi – e tanti gatti ma proprio tanti tanti.

    I bambini più grandi di me della combriccola delle biciclette di Via Venosa dicevano che era una strega:

    Sta’ attenta te che abiti nella sua strada! Lo sai che se ti guarda per più di 10 secondi negli occhi ti incantesima e ti porta dentro casa sua e ti trasforma in un gatto?

    Così presi l’abitudine di correre veloce ma proprio veloce veloce tutte le volte che ero di fronte al civico 2, correvo veloce veloce e a occhi chiusi chiusi contando a voce dentro unoduetrequattrocinqueseisetteottonovedieci.

    Un giorno, mentre tornavo da scuola, me la ritrovai davanti, appena dietro l’angolo, quando ancora non avevo cominciato a correre. Mi fermò, mi guardò negli occhi e cominciai a contare a voce dentro unoduetrequattrocinqueseisetteottonovedieciundicidodici e quando arrivai a dodici  cominciarono a tremarmi forte forte le gambe dalla paura. Ecco, ora mi incantesima e mi trasformerà in un gatto pensai. Poi presi coraggio e gola e dissi:

    Signora vecchia la prego … Continua a leggere

  • Non pianse la pancia. Anzi, mi passò la nausea.

    Benvenuta! La casa è magica, ci abita un fantasma e succedono cose curiose. Non preoccuparti, è un tipo che si diverte a fare scherzi ma non mette paura. Ah, la lavatrice ogni tanto s’inceppa ma basta un colpetto sopra l’oblò e riparte.

    Benvenuta!

    L’ex inquilina della casa davanti alla fonte aveva lasciato il biglietto sul tavolo tondo del soggiorno, un tavolo degli anni ‘60 con le zampe di leone. Dopo aver letto il benvenuto piegai in 4 il foglio, aprii il primo cassetto della credenza e ce lo infilai dentro. Non mi preoccupai tanto del fantasma, mi preoccupai di più per la lavatrice e le feci fare subito un lavaggio a vuoto. Andò tutto bene e pensai che forse, nel frattempo, si era aggiustata da sola. Gli elettrodomestici lo fanno, smettono di funzionare, magari per stanchezza, tu li lasci riposare un po’ e poi riprendono a fare il loro lavoro.
    Il giorno che arrivai era l’ultimo giorno d’estate, faceva ancora molto caldo e prima di cominciare a spacchettare i cartoni con le mie cose decisi di fare un giro intorno casa.
    C’era nell’aria l’odore … Continua a leggere

  • E Vera frigge

    Il Natale a cui torno sempre è il Natale di Vera, la sorella di mia madre, e di Sergio, mio zio, Manrico, Alessandro ed Emiliano, i miei cugini.
    Se chiudo gli occhi Vera è nella nostra cucina e frigge, frigge broccoli, cavoli, carciofi, ricotta, baccalà e animelle.
    Ha i capelli neri come la sabbia della spiaggia di Ostia, li tiene legati in una coda di cavallo, ha una maglia rosso Borgogna e una gonna grigia.
    Se chiudo gli occhi vedo i suoi occhi definiti con una matita azzurra e il suo culo grosso che riempie gioioso tutta la nostra cucina che è un budello stretto e lungo.
    Il Natale a cui torno sempre è il Natale che mio padre non c’è, è ricoverato al San Giovanni di Roma, mia madre ha portato me e mio fratello a salutarlo; non le ho mai chiesto se ci ha portato perché pensava che stesse per morire. Quando finisco di scrivere la chiamo e glielo chiedo.
    Mio padre è steso in un letto di metallo, ha dei tubi nel naso e una sacca di sangue appesa a un trespolo … Continua a leggere