1989

Mi ricordo di una discesa e di un campanile di chiesa che segna le 11.00. Tu sei la ragazzina bionda che corre fiera nelle sue scarpe di tela. E già mi piaci. Corri incontro a tuo fratello, quello grande, che se ne sta in piedi con le mani in tasca davanti al piccolo bar emporio del paese. Parli e muovi le mani con la prepotenza di un uomo e tiri calci a un pallone contro il muro. E già mi piaci come mi piacciono sempre le cose che stonano.
Io sto su una panchina di pietra lungo il viale, aspetto che mia zia faccia la spesa. Ciondolo le gambe e i piedi nei miei anfibi viola. È l’anno che con gli anfibi viola ci vado anche al mare perché i miei anfibi viola sono la mia stonatura.

Ho 14 anni, leggo Nietzsche e i poeti della beat generation. Ascolto i Doors e sto in ombra. Porto appesa al collo una pietra azzurra che mi hanno portato dall’Egitto e che rappresenta l’eterna rinascita. Nel giro di un anno sono diventata simbolica, tutta, dalla testa ai piedi. Voglio essere scoperta prima di essere scelta e i simboli sono la mia richiesta di tempo e attenzione.

Ti avvicini e la prendi in mano, tirandomi un po’ per il collo e mi parli. Mi chiedi chi sono, come mi chiamo, dove sto di casa, di chi sono figlia. Ti mangi le unghie, io pure mi mangio le unghie e anche le pellicine. Mia madre mi compra uno smalto al peperoncino ma mangio anche quello pure se ha un sapore terribile sulla lingua.
Ti siedi vicino a me e parliamo di Iside e Osiride poi arriva tua madre che tiene per mano tuo fratello, quello piccolo, e le mie stonature non le piacciono da subito, me ne accorgo da come mi guarda. Mi guarda come se fossi pericolosa e vorrei dirle che non deve avere paura, non voglio mica farti del male. Finalmente ho un’amica di vacanza e le mie stonature sembra che ti piacciano.

Eppure ci sono cose che avverti, non te le spieghi ma arrivano potenti come schiaffi a mano aperta. Ti lasciano stordita.
Ho 14 anni e non posso arrivare a capire che quella madre teme la stonatura pericolosa di sua figlia e teme ancora di più che sommata alla mia sia il compimento di una sventura, che tu sia uomo in un corpo di donna, che tu sia malata di amore per quelle come te, che io sia quella che ti porta irrimediabilmente dall’altra parte.
Io non mi faccio tante domande sulla mia sessualità, ho baciato un ragazzo e mi è piaciuto, mi domando se Dio esiste, se dopo la morte si resta morti e basta, mi domando se quel sottofondo di dolore che c’ho sempre prima o poi mi passa.
A scuola c’è un ragazzo che si comporta e si veste come una ragazza ma nessuno si chiede se è strano oppure no. Vado in una scuola di quelle progressiste, sono una delle poche che non ha la tessera dei giovani comunisti, i miei compagni sono figli della borghesia di sinistra e di fronte alle cose che gli altri giudicano strane si preoccupano di non sembrare fasci di merda come quelli del Liceo Augusto che ai maschi che si comportano e si vestono come femmine li chiamano froci. Abbiamo studiato l’amore saffico ma nessuno ci ha mai parlato di omosessualità femminile, sembra una cosa solo di donne romantiche che leggono poesie e io mi sono vergognata di chiedere alla mia insegnante se questo amore saffico prevede che ci si tocchi e in che modo.
In ogni caso le risposte che mi do alle domande sull’amore rispondono anche alle domande sul sesso: ci si innamora delle persone, questo mi basta.

Infatti io a te ti ho amato. Non ti ho baciata e non ti ho toccata ma ti ho amato lo stesso. Il corpo c’era comunque perché desideravo la tua vicinanza e quando passeggiavamo insieme lungo il viale o ci chiudevamo nell’auto di tuo fratello, quello grande, per ascoltare la musica, io mi sentivo bene. Mi piaceva quando ci stendevamo sul prato a occhi in su e ci tenevamo la mano e leggevamo Prévert, mi piaceva quando non volevi andare dal tuo fidanzato perché volevi di più stare con me, mi piaceva quando eri un po’ gelosa se mi trovavi a parlare con altre ragazze. Mi piaceva che m’avessi scelta. Eri la prima, non mi interessava che l’amore fosse di una femmina.
Quando hai detto con la voce di tua madre che non potevamo più parlarci e scriverci mi si è spezzato il cuore.
Ero di nuovo sola e stonata, mi chiusi dentro e ci rimasi per un bel pezzo.

Fece male ma non ho smesso di stare comoda in quella risposta, ci si innamora delle persone e basta. Il corpo c’è sempre e il desiderio pure.

( ti pensavo oggi e quando finisce ‘sta cazzo di pandemia vieni a trovarmi e ci abbracciamo forte forte e mettiamo insieme le nostre stonature)

Why does my heart feel so bad, Moby

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